Minneapolis. Arrestato il poliziotto killer, ma non è bastato. Perché la morte di George Floyd ha sconvolto il mondo intero.
Non si è trattato di un episodio isolato. In America gli scontri violenti che vedono protagonisti i poliziotti bianchi contro le vittime nere, sono all’ordine del giorno. Cosa c’è di diverso questa volta?
Minneapolis è ormai da tre giorni sotto assedio. Tre giorni di violenze, di saccheggi, di assalti. L’ultimo quello al commissariato. E la notizia dell’arresto del poliziotto responsabile della morte di George Floyd, non è servita a placare i rivoltosi.
Saranno stati quegli otto lentissimi minuti durante i quali il ginocchio dell’agente Derek Chauvin, soffocava un uomo immobilizzato che non opponeva alcuna resistenza.
Sarà stata quell’implorazione inutile e disperata: “Ti prego non riesco a respirare… non uccidermi..” Sarà stata l’ultima invocazione di George Floyd rimasta inascoltata: “Mamma, mamma…”
L’ultima goccia che ha fatto traboccare un vaso già pieno. Quello della comunità degli afroamericani da sempre vessati e vittime di un Paese che fa del razzismo quasi un vanto.
Ed ecco che è rivolta. A Minneapolis e nelle città vicine. È sdegno in tutto il mondo. Contro i quattro poliziotti responsabili della morte di George Floyd. Licenziati subito dopo l’accaduto. Ma non è bastato.
Non è bastato nemmeno l’annuncio che è giunto mentre la tensione è ormai altissima:
A tenere gli animi dei rivoltosi accesi le ultime dichiarazioni del Presidente Trump che forse troppo avventatamente dichiara: “Quando inizia il saccheggio si comincia a sparare”. Parole poco rassicuranti per chi chiede giustizia per una morte, quella di George Floyd, divenuta il simbolo del razzismo istituzionale Americano.
Il video dell’arresto non lascia spazio ad alcun dubbio. Le immagini mostrano un uomo che non oppone resistenza. Non uno scatto violento da parte sua, un tentativo di fuga. Una reazione violenta.
Non può bastare l’arresto di un poliziotto e il mondo lo sa. Serve cambiare ciò che ha provocato tutto questo. L’odio contro una razza. Degli uomini contro altri uomini.
Sono tante le prese di posizione di celebrità e politici sul caso George Floyd.
C’è l’appello dell’ Onu: “USA fermino omicidi di afroamericani da parte della polizia”.
Quello della figlia minore di Martin Luther King sui social. Di attori, pop star. La morte di George Floyd non è passata sotto un silenzio complice. Non poteva.
Non poteva restare in silenzio l’ex Presidente Barack Obama:
“Per milioni di americani essere trattati in modo diverso sulla base della razza è tragicamente, dolorosamente, insopportabilmente normale. E ciò non dovrebbe esserlo nell’America del 2020.
Spetta a tutti noi, a prescindere da razza o situazione, lavorare insieme per creare una nuova normalità”.
A tutti noi. Per una nuova normalità.
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