Attualità

Garlasco, il nuovo tassello nel caso dell’impronta 33

Nell’intricato scenario giudiziario legato al delitto di Garlasco, emerge un ulteriore elemento che si aggiunge ai lunghi anni di contrasti tra perizie e visioni investigative. Al centro torna a imporsi la famigerata “impronta 33”, rinvenuta sul muro della scala che porta alla cantina, a poca distanza da dove fu trovato il corpo privo di vita di Chiara Poggi. Un dettaglio che, con la riapertura dell’indagine dopo la condanna definitiva di Alberto Stasi, ha catturato nuovamente l’interesse di consulenti e investigatori.

La relazione dei periti della difesa di Sempio

Il 7 luglio è stata presentata un’estensione della consulenza difensiva elaborata da Luciano Garofano e Luigi Bisogno, nominati dai legali di Andrea Sempio, Massimo Lovati e Angela Taccia. Nel loro elaborato, i due esperti smontano le conclusioni a cui erano giunti i consulenti della Procura di Pavia, che avevano individuato in Sempio il possibile titolare dell’impronta 33, considerata un elemento chiave per sostenere la sua posizione di indagato nell’ambito del caso riaperto.

Cosa emerge ora sull’impronta di Chiara Poggi

Garofano e Bisogno mettono in evidenza un dettaglio che potrebbe rivoluzionare l’interpretazione del reperto: quella che era stata definita “macchia ipotenare” sull’impronta non sarebbe, secondo loro, una traccia ematica come ipotizzato, bensì un segno fisiologico dovuto al sudore, frutto di un contatto ordinario. Un chiarimento che, se accolto, ridimensionerebbe ulteriormente il valore dell’impronta 33 come potenziale prova legata al delitto.

La disputa tra periti: quante minuzie corrispondono?

L’accusa, con i consulenti Giampaolo Iuliano e Nicola Caprioli, aveva sostenuto l’attribuzione a Sempio basandosi su 15 minuzie corrispondenti tra l’impronta sul muro e il palmo della sua mano. La difesa, tuttavia, ha evidenziato come, secondo la loro analisi, le corrispondenze riscontrabili sarebbero solamente cinque: un numero che, secondo i parametri tecnici, non sarebbe sufficiente per un’attribuzione certa.

Un déjà-vu del 2007

Non si tratta di una questione marginale: già nel 2007 i Ris avevano escluso che l’impronta 33 potesse essere collegata con certezza a una persona, per l’insufficienza di elementi utili. La recente analisi difensiva si colloca nel solco di quella precedente e trova coerenza anche con le conclusioni dei consulenti della famiglia Poggi, Dario Redaelli e Calogero Biondi, che nelle scorse settimane avevano definito l’impronta “non attribuibile” a Sempio e non legata in alcun modo alla dinamica dell’omicidio.

Le critiche al metodo utilizzato dall’accusa

I periti nominati dalla famiglia Poggi hanno inoltre mosso una critica di metodo al lavoro svolto dai consulenti della Procura, sostenendo che avrebbero seguito un procedimento inverso rispetto alle corrette procedure dattiloscopiche: avrebbero prima analizzato l’impronta del sospettato per poi cercare similitudini sul reperto, anziché effettuare il percorso opposto come richiesto dalle buone prassi.

L’incidente probatorio negato e le tensioni ancora aperte

Intanto, sul piano procedurale, la Procura di Pavia ha rigettato la richiesta dei legali di Sempio e della famiglia Poggi di procedere con un incidente probatorio sulla famigerata impronta 33. Una decisione che alimenta ulteriormente le tensioni in un contesto già segnato da profonde divergenze tra le parti.

Un enigma che si infittisce

In questo scenario sempre più frammentato, le posizioni restano distanti: la Procura continua a considerare l’impronta un punto cardine dell’accusa, mentre la difesa e i familiari della vittima ne smontano la rilevanza pezzo dopo pezzo. E così, con il passare degli anni, anziché dissolversi, le incertezze attorno al delitto di Garlasco si moltiplicano, mantenendo in vita dubbi, sospetti e un’ombra giudiziaria che, nonostante la condanna definitiva di Alberto Stasi, non sembra lasciare spazio a una verità definitiva.

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Nicholas

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