Il clima all’interno del Partito Democratico si fa sempre più teso e incerto. Elly Schlein, alla guida del partito, è ora al centro di interrogativi crescenti sulla solidità della sua direzione. L’avvicinarsi di importanti appuntamenti elettorali e del possibile referendum costituzionale del 2026 potrebbe rappresentare un vero spartiacque. Non solo per il futuro del PD, ma per la capacità della segretaria di proporre una visione chiara e unificante al Paese.
Una riflessione pubblicata da Daniele Capezzone su Libero accende i riflettori su un aspetto cruciale: contrariamente a quanto si potrebbe pensare, non sarebbe Giorgia Meloni a rischiare di più nel prossimo referendum costituzionale, ma proprio Elly Schlein. Secondo Capezzone, se il PD sceglierà di basare la propria campagna sulla retorica del “pericolo democratico”, rischierà di apparire scollegato dalla realtà e poco credibile. Un messaggio stanco, che difficilmente potrà toccare gli elettori in modo efficace.
Capezzone non risparmia critiche alla linea politica assunta dalla segretaria. Secondo lui, Schlein avrebbe rinunciato a un’impronta autonoma e moderata per adottare una narrazione più radicale e ideologica. Il risultato? Un centrosinistra fermo al 40% nei sondaggi, con il centrodestra sempre più forte. Il PD, in questa lettura, sembra essersi chiuso in una formula politica stantia, che non riesce più a sintonizzarsi con i bisogni dei cittadini riformisti.
L’analisi si estende anche alla figura dei “riformisti” interni al partito, evocati spesso ma privi di un peso reale. Capezzone lancia loro una provocazione: dove sono finiti? Perché non prendono posizione? Il rischio è che si limitino a qualche intervista critica, per poi riallinearsi docilmente alla linea della segreteria, accontentandosi magari di qualche candidatura garantita nelle future liste elettorali.
I riformisti, secondo l’editorialista, si trovano davanti a una scelta netta: continuare a restare nell’ombra oppure avere il coraggio di affermare una visione alternativa. Una possibilità concreta potrebbe essere il rilancio della proposta già avanzata nel 2019 da Maurizio Martina, favorevole alla separazione delle carriere in magistratura. Costruire un comitato per il sì, distinto dalla linea ufficiale, sarebbe un modo per marcare il territorio e differenziarsi apertamente.
Capezzone suggerisce che una simile presa di posizione, pur rischiosa, potrebbe rivelarsi vantaggiosa per i riformisti: se vincessero, otterrebbero credibilità e visibilità politica; se perdessero, almeno avrebbero riaffermato la loro identità e autonomia. Un passo necessario per sottrarsi al controllo della segreteria e rompere l’attuale immobilismo.
In chiusura, il giornalista dipinge un quadro impietoso ma lucido: se il referendum costituzionale si trasformerà in un termometro politico, non sarà solo il governo Meloni a essere messo alla prova. Elly Schlein dovrà affrontare il rischio più grande: quello di perdere la sua centralità all’interno del PD. In gioco non c’è solo la sua leadership, ma il futuro stesso del progetto riformista nel centrosinistra italiano.
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